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Recensione: ‘Anche gli uccelli uccidono’ (Brewster McCloud) – Robert Altman (1970)

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Il poster del film

In ‘Anche gli uccelli uccidono’ Robert Altman ci parla di un sogno che accomuna o ha accomunato almeno una volta ognuno di noi, il volo libero. Chi non ha mai sognato di uscire da una situazione scomoda spiccando semplicemente il volo? ‘Brewster McCloud’ si propone al pubblico come commedia, ma tratta temi profondi e ancora attuali, nonostante i 45 anni sulle spalle.

Brewster McCloud è un adolescente introverso, il suo sogno è quello di volare e per questo si nasconde clandestinamente nelle viscere di un auditorium a Houston (Texas), dove costruisce un sofisticato marchingegno per il volo e si allena fisicamente per il tanto agognato momento in cui staccherà i piedi da terra. Brewster è spalleggiato da Louise, una donna misteriosa dall’aria quasi soprannaturale, in quanto capace di trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto per sostenere con furbi espedienti la sua impresa. McCloud è concentrato e determinato al massimo nel raggiungimento del suo obbiettivo, ma per lui le cose si complicano quando tutti quelli che cercano di intralciare il suo progetto cominciano a morire ammazzati. Gli omicidi attirano le attenzioni della polizia, guidata da uno stereotipato detective dagli occhi di ghiaccio che indaga senza molto successo. I problemi aumentano e quando dal nulla interrompe nella sua vita Suzanne, ragazza vivace, solare e appassionata di auto, interpretata da Shelley Duvall (ve la ricorderete come la moglie di Jack Torrance in ‘Shining’). Suzanne riesce, con non pochi sforzi, a sedurlo e a distrarlo temporaneamente dal suo lavoro facendogli perdere il prezioso sostegno del suo “angelo custode”, Louise, a cui Brewster aveva promesso di non copulare prima di aver terminato il suo progetto.

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Il tema portante è il confronto metaforico tra uomo e uccello, che accompagna tutto il film e si manifesta attraverso gli interventi (digressivi, documentaristici e indipendenti dalla trama del film) di un professore un po’ matto che ricorda molto il dr. Frankenstein di ‘Frankenstein Junior’. Il fantomatico prof. spiega le caratteristiche anatomiche e caratteriali degli uccelli, accostate grazie al montaggio a quelle umane. Le gag e le situazioni confusionarie restituiscono l’immagine di una società malata dove il furto, il ricatto e lo strozzinaggio sono all’ordine del giorno, una società da cui Brewster vuole letteralmente volare via. Oltre a incarnare il sogno di un Icaro moderno questo film è anche in minima parte un racconto di formazione, la maturazione di Brewster che sogna il volo, forma simbolica per eccellenza di libertà e indipendenza, e che soltanto per un momento abbandona i suoi sogni per scoprire, finalmente, la sessualità.

Fresco del successo con M*A*S*H, che lo rese praticamente intoccabile durante le riprese del film, Altman approfitta del momento propizio della sua carriera per regalarci un volo di fantasia unico del suo genere e difficilmente paragonabile a qualsiasi altra pellicola, sia per l’inconfondibile stile Altmaniano che per la trama. Questo film dona al mondo del cinema Shelley Duvall alla sua prima interpretazione. Shelley gira ‘Brewster McCloud’ senza mai aver recitato prima, studentessa del college e impiegata come commessa in un centro commerciale, viene reclutata quasi per caso da un talent scout della MGM.

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Shelley Duvall sul set di ‘Anche gli uccelli uccidono’ (1970)

‘Brewster McCloud’ è un film che appare confuso perché a differenza di molte altre pellicole non ci guida nella trama, introduce i personaggi per quello che sono nel momento che stanno vivendo, senza spiegarli o contestualizzarli e per questo può lasciare con una sensazione di smarrimento. E’ un film in fin dei conti non pretenzioso e che vuole far sorridere ma le gag, le battute di stampo americano datate 1970 e i celati riferimenti al contesto politico di quel periodo lo penalizzano, almeno nei confronti dello spettatore contemporaneo.

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